“Megalopolis” e il sogno infranto dell’impero americano

di Massimiliano Perrotta (huffingtonpost.it, 22 marzo 2025)

Si fa presto a dire impero. Da quando gli americani – sobillati dagli esperti di geopolitica, dai magnati aspiranti gladiatori, dal regista cinematografico Francis Ford Coppola – si sono messi in testa di essere nientemeno che la reincarnazione dell’impero romano, navigano in acque agitate. E noi con loro.

Peraltro la nostra, magmatica e fluida, non è certo un’epoca da imperi: ne sa qualcosa Vladimir Putin, il cui sogno di ricostituire l’impero sovietico si è infranto contro l’eroica resistenza ucraina. Come accadeva in Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri, Megalopolis di Francis Ford Coppola sovrappone e fonde diverse epoche storiche: New Rome è una sintesi tra l’America odierna e l’antica Roma imperiale. Personalmente prediligo i film due camere e cucina, ma il gigantismo di Coppola è suggestivo. La trama è sgangherata e come favola risulta illeggibile secondo le categorie della razionalità critica, tuttavia non mancano belle sequenze e intuizioni visionarie (chiaramente Coppola, regista vigoroso, non ha la finezza figurativa di Peter Greenaway).

Megalopolis, costato uno sproposito e finanziato personalmente da Coppola, al botteghino si è rivelato un fiasco colossale e anche i critici lo hanno accolto freddamente. Peccato che il film sia stato lanciato nel 2024: se il regista avesse posseduto, come il protagonista della sua opera, il potere di padroneggiare il tempo e l’avesse portato al Festival di Cannes di quest’anno, probabilmente l’accoglienza sarebbe stata più favorevole. Infatti, nell’America del post 20 gennaio diversi aspetti del film acquistano senso: il conflitto tra reazione e progresso, l’egemonia sulle masse di poche famiglie patrizie, i discorsi assurdi dei personaggi non sono lo specchio esatto dell’assurda stagione presidenziale di Donald Trump e di Elon Musk? Piu che una favola: un incubo.

Commentando sportivamente l’immeritata assegnazione del premio per la peggior regia ai Razzie Award, Coppola ha dichiarato: «Che onore stare a fianco di un grande e coraggioso regista come Jacques Tati, che si impoverì completamente per realizzare uno dei fallimenti cinematografici più amati, PLAY TIME!». Effettivamente anche il maestro francese nel 1967 subì un tracollo finanziario, solo che Play Time – Tempo di divertimento resta un capolavoro della Storia del cinema.

Se il film di Francis Ford Coppola pecca di pesantezza, in Play Time la critica della modernizzazione è delicata, sottile, allusiva. E divertente. Monsieur Hulot, il personaggio interpretato da Tati anche in altre pellicole, è spaesato di fronte al cambiamento ma, al contempo, sembra subire il fascino dell’americanizzazione. E noi con lui. L’America di oggi dovrebbe ritrovare il senso della misura che Jacques Tati possedeva in sommo grado.

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