Margini stretti

Ph. William Lovelace / Getty Images

di Guia Soncini (linkiesta.it, 19 febbraio 2025)

Una mattina del settembre del 1998 ero sulla banchina alla quale attraccano i motoscafi su cui arrivano gli attori a vendere i loro film al Festival di Venezia. Quella sera sarebbe passato The Truman Show, e su uno dei motoscafi c’era Laura Linney. Il pubblico in attesa si sgolava, Laura, Laura, e una volta scesa dal motoscafo le chiedeva autografi (allora non si chiedevano le foto: nessuno sprecava i soldi d’un rullino per sentirsi amico dei famosi).

Quando si allontanò, un ragazzo chiese «Ma chi era?» e una ragazza rispose «Laura Dern». Stringevano entrambi il trofeo della preziosa firma di una famosa a loro ignota. C’è un verbo orrendo che usano i più analfabeti tra i dirigenti d’azienda, e quel verbo è: marginare. Significa “fare profitti”, e sottintende che i profitti li fai col margine di guadagno rispetto ai costi. Cioè: se non puoi vendere più di così, puoi vender a maggior prezzo; se non puoi aumentare i prezzi, puoi risparmiare sui materiali, e vendere allo stesso prezzo prodotti inferiori nella qualità (o nella quantità: vi ricordate dei detersivi?). Insomma, comunque vada bisogna marginare di più, ogni anno di più, a ogni chiusura di bilancio di più. La domanda è: perché? Lo so che vi viene da rispondere «per avidità», ma secondo me non è solo quello. È anche una forma di isteria comunicativa.

Domenica la Rai ha, come ogni domenica post-sanremese, comunicato i dati della raccolta pubblicitaria durante il Festival. La crescita rispetto all’anno scorso, hanno annunciato gongolanti, è stata dell’otto per cento. Non va bene, hanno risposto lunedì i critici: durante i festival di Amadeus, cresceva da un anno all’altro del venti per cento. E quindi la domanda è: l’alternativa alla decrescita felice è la crescita isterica? Può la pubblicità crescere all’infinito? No, ovviamente, così come non possono crescere all’infinito i profitti di nessuna azienda. Quello che non dovrebbero fare le aziende è andare in perdita, ma non pare più essere quella la soglia di accettabilità: se non puoi fare ogni volta un comunicato stampa che dica che sei cresciuto, è un guaio.

In casi anabolizzati come il Festival di Sanremo, questa isteria è proporzionata. Da Sanremo dipendono i profitti di tutto l’anno (per passare le tue pubblicità quella settimana, l’unica in cui il pubblico le vedrà di sicuro, la Rai ti richiede una continuità d’investimento di sei mesi), e i costi per essere sponsor di Sanremo sono alti. L’estate scorsa ho fatto riparare un paio di sandali Sergio Rossi che possiedo da una quarantina d’anni. Era la seconda riparazione: fa una rottura a ventennio. Essere state ricche con la lira ha, tra i molti vantaggi, quello di possedere un guardaroba fabbricato quando gli oggetti di lusso erano fatti per durare. Adesso, i materiali sono sempre più scadenti, la manifattura sempre più approssimativa, e i prezzi proibitivi.

Sanremo funziona esattamente come la moda. I prezzi per gli inserzionisti sono sempre più alti, a fronte d’un prodotto sempre più povero: là, dove una volta c’era David Bowie, ora c’è Antonello Venditti; là, dove una volta c’era Beppe Grillo, ora c’è Katia Follesa. Questo nonostante gli sponsor investano assai più di prima, a fronte di pochissime garanzie. Per dire: domenica Report aveva un servizio sui magheggi criminali attorno ai fuochi d’artificio. Il servizio partiva con alcuni minuti, oltretutto usati per lanciare la puntata sui canali social ufficiali, relativi ai fuochi d’artificio fatti a Sanremo da Costa Crociere, tra i principali sponsor del Festival. A Costa saranno contentissimi di finire accostati al crimine organizzato in cambio dell’investimento fantastiliardario per essere sponsor del Festival.

Naturalmente, se hai un Festival in cui il superospite è Venditti e la comica è la Follesa e l’unica cosa costante nei decenni è la sbagliatezza dei vestiti, quello che devi fare per fartelo pagare più di prima è usare l’isteria lessicale dei p.r. milanesi: non è un festival, è un evento. Tutto è rilevante, anche vendere salsicce, a Sanremo – cosa che d’altra parte tocca fare davvero, considerato che i guadagni nella musica non sono più quelli d’un tempo. La cantante Clara (chiunque ella sia) ha durante il Festival inaugurato una farmacia; Tony Effe, l’avevo già scritto, vendeva maritozzi; il cantante Bresh (chiunque egli sia), focacce e tatuaggi; leggo che nel negozio sanremese di Achille Lauro i fan potevano «vivere appieno l’experience», e ricordo alla gentile clientela che questa paginetta invoca il 41 bis, oltre che per «evento», anche per «esperienza».

All’isteria collettiva contribuiscono anche i programmi che non sono il Festival di Sanremo, che trasmettono tutti da Sanremo per una settimana (la cosa più difficile da spiegare a uno straniero non è un festival di canzonette che ferma una nazione, ma un programma di Rai 1 cui fanno pubblicità gratuita tutti i programmi di tutte le altre reti), per non parlare dei cinquecentomila podcast italiani, anche loro tutti a Sanremo.

Se non giganteggi, non esisti; se la crescita non è infinita, non è. Domenica, al pomeriggio che ogni anno Rai 1 dedica all’analisi della partita sanremese, un tizio è stato maleducato con una cantante concorrente del Festival. Ci sono due mondi, non si parlano tra di loro e lo sappiamo tutti quanti benissimo. Uno è il mondo di chi fa casino sull’Internet, uno è il mondo di chi legge gli editoriali. Il programma della domenica pomeriggio su Rai 1 è generalista per antonomasia, e quindi deve provare a unire quei due mondi.

A un certo punto c’era persino Marino Bartoletti che polemizzava con Francesco Merlo (che quella mattina aveva scritto che una canzone del Festival era una lagna), per dire. E, nello stesso programma, era appunto ospite questo tizio che ha fatto non so bene che domanda cafona a una cantante. Tizio al quale, ieri, i lettori di un grande quotidiano hanno trovato dedicato un editoriale. A farmi impressione non è stato tanto che un grande quotidiano dedicasse un editoriale a un carneade che era stato cafone con una cantante.

Un po’ sì, ma non quanto il fatto che questo tizio, che nessuno ma proprio nessuno dei lettori della pagina degli editoriali sa chi sia, venisse citato con nome e cognome senza specifiche ulteriori. Come se con la cantante avesse polemizzato Bruno Vespa, o Francesco Totti, o Pippo Baudo: insomma, qualcuno che si dà per scontato sia noto a quella parte di Paese che invece di passare il risveglio ad apporre cuoricini lo passa a leggere editoriali. Solo che, diversamente da quel che accadeva nel secolo scorso sulla banchina di Venezia, nessuno avrà alzato lo sguardo dalla pagina di giornale per chiedere: ma questo chi è?

È un impegno approfondire, ed è un impegno gravoso leggere trenta righe di editoriale: se poi mi parlate di gente cui non so perché dovrei interessarmi, addio. L’attenzione è ormai fragile, e l’isteria collettiva che da Sanremo sgocciola giù per il Paese non aiuta. Quella forma nervosa che per un paio di settimane l’anno ci riguarda tutti, quella roba lì una volta colpiva le ventenni al cospetto dei Beatles, poi i cinefili davanti a un’attrice di cui non sapevano il nome, e adesso eccoci qui, a strapparci i capelli per la discussione di uno che boh, chissà che fa nella vita.

È finita così, a furia di marginare risparmiando sulle materie prime. Non solo perché a che ti servono i Beatles se puoi marginare invitando un calciatore sconosciuto che ha avuto un malore. Anche perché abbiamo ormai capito che l’isteria, in quanto irrazionale, non ha bisogno d’oggetti del desiderio qualificati.

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