Lo show in Aula di Daniela Santanchè

di Monica Guerzoni (corriere.it, 26 febbraio 2025)

Cinque minuti dopo le sette della sera, Daniela Santanchè si regala un applauso: «Respinta? Sììì!!! Oh Madonna, 206 no, 134 sì e un astenuto… È andata alla grande!». D’altronde la bocciatura della mozione di sfiducia individuale la ministra del Turismo l’aveva infilata nella borsa sin dal mattino assieme al cellulare, alle mentine, ai fogli con il testo dell’autodifesa limata per giorni, tra vittimismo e garantismo, confessione e contrattacco.

«Nella mia borsa non c’è paura, ma coraggio», aveva scritto nero su bianco. Poi è andata un po’ a braccio e il coraggio si è perso, mentre la Kelly di Hermès color borgogna, stesso tono del blazer di alta moda, è invece rimasta per ore al centro della scena, coi suoi ventimila euro che, se la prendi autentica, neppure bastano: «Sì, ho una collezione di borse, è chiaro? Mio padre, ottavo figlio di contadini, mi ha insegnato che si ruba solo quel che si nasconde e io non ho nulla da nascondere».

Tutto studiato, anche la scelta dell’accessorio che da giorni fa notizia per il duello verbale (e giudiziario) con Francesca Pascale. Finirà con una querela alla ex compagna di Silvio Berlusconi, che sostiene di aver ricevuto da lei due Kelly in regalo, contraffatte. «La borsa? L’ho messa in bella vista, sullo scranno», racconterà “Dani” quando tutto è finito, dopo aver accusato le opposizioni di voler combattere «non la povertà, ma la ricchezza» e aver interpretato il ruolo della vittima, secondo i dettami del “maestro” che fu premier.

Lo show nell’Aula della Camera è un crescendo wagneriano, da «gogna» a «ergastolo mediatico», dalle «cicatrici che non si rimargineranno mai» fino alla «condanna [sempre mediatica, N.d.R.] che rimarrà per tutta la vita». Il momento che delizia i cronisti parlamentari lassù in tribuna e fa esplodere sui social l’hashtag #santanchedimettiti, è quello in cui la “pitonessa” si compiace dell’immagine che ogni giorno lo specchio le rimanda: «Io sono l’emblema di tutto ciò che detestate, lo rappresento pla-sti-ca-men-te. Sono il vostro male assoluto. Sono una donna libera, porto i tacchi da 12 centimetri, ci tengo al mio fisico, amo vestirmi bene e sono anche quella del Twiga e del Billionaire, che voi tanto criticate». E qui si sente forte e chiara la voce di Angelo Bonelli, di Avs: «Pensi alle famiglie dei suoi cassintegrati!».

Al centro dell’emiciclo, con accanto una Anna Maria Bernini a testa china, Santanchè implora il Parlamento perché non diventi «una Corte di giustizia nelle mani di qualche pm e giudice che appartengono a correnti politicizzate». Interrotta dai boati e dalle risate del M5S, si lancia nella mozione degli affetti: «Questa è una confessione. Ci vuole una grande forza per non impazzire e continuare questa battaglia. E sapete da chi mi viene?». Un deputato stellato: «Da Dio!». Lei riprende il filo, ringrazia fratelli, figlio e compagno per la «forza dirompente» con cui sente di poter scalare «qualsiasi montagna», se la prende con la «grettezza e cattiveria umana» di chi la accusò di avere le mani sporche di sangue e chiama in causa Chiara Appendino, per gli incidenti mortali di Torino.

Poi però si scusa, tardivamente e «solennemente», per quelle 53 volte in cui fu lei a invocare le dimissioni dei nemici. Dai tacchi a spillo spuntano pietre: «Guardate, sono anche la stessa persona che molte volte anche qualcuno di voi ha chiamato al telefono, ma mi fermo qua, perché anche se voi non lo pensate sono una signora». Le accuse di Schlein contro «la ministra del falso» e i sospetti di Conte, che evoca una Giorgia Meloni «sotto ricatto», l’hanno fatta sorridere. Circondata da una decina di ministri, più o meno felici di farle da scudieri, incassa critiche feroci senza quasi scomporsi, soddisfatta di aver incassato tra la buvette e la sala del governo i bacetti e i buffetti di qualche collega: «Sono stati tutti carini e affettuosi».

Il brivido di chi, a destra, temeva mancassero i voti, la ministra non lo avrebbe avvertito, né le è arrivata voce che l’azzurro Enrico Costa si sia pentito di essersi impegnato a difenderla dal suo scranno. Non è vero che tanti, anche dentro FdI, erano in imbarazzo per il suo discorso? «No che non è vero, io ho detto quel che sentivo, quello che sono e tutti si sono complimentati». La premier non c’era, almeno le ha telefonato? «Scusi, perché mai dovrei raccontarlo ai giornalisti?».

Il passaggio che a Palazzo Chigi hanno ascoltato con maggiore attenzione è quello in cui l’imprenditrice conferma l’impegno di lasciare il governo se sarà rinviata a giudizio sulla presunta truffa all’Inps. Da una parte assicura di non voler essere un problema per la premier, dall’altra la sfida: «Farò una riflessione, per valutare le mie dimissioni. Ma lo farò da sola, lo farò solo con me stessa, non avrò nessun tipo di pressione, di costrizione o paventati ricatti». Quel giorno «il cuore prevarrà sulla ragione» e a guidarla saranno «solo il rispetto per il mio presidente del Consiglio e l’amore per il mio partito». Fino ad allora, ecco l’avvertimento, nessuno si aspetti passi indietro. Perché la senatrice «attaccata col Bostik alla poltrona» ancora non si arrende.

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