L’epoca della iconocrazia

di Antonio Riello (dagospia.com, 27 settembre 2024)

A scuola ci hanno raccontato che gli antichi Egizi si arrabattavano a scrivere con i geroglifici. Era automaticamente implicita la convinzione della superiorità del nostro tipo di scrittura: quello egizio era un sistema assai primitivo e limitato mentre nel nostro mondo (grazie ai Fenici) disponiamo di alfabeti universali facilmente in grado di comunicare qualsiasi idea (anche la più astratta).

I “disegnini parlanti” (tecnicamente: pittogrammi), insomma, sembravano roba pacificamente consegnata all’Archeologia. Ma il potere dell’immagine simbolica – pieno di suggestione e di sintesi – è sempre rimasto in qualche modo intatto (e in agguato). L’Araldica ha sfornato per molti secoli stemmi di potere e di appartenenza. Le casate nobiliari e le dinastie regnanti continuano, peraltro, ad esibirli con inossidabile orgoglio.
I Windsor nel loro blasone, senza dover usare troppe parole, hanno il Leone (che sta per l’Inghilterra) e l’Unicorno (che sta per la Scozia) per chiarire immediatamente cosa è loro. La City di Londra segna ancora oggi i propri confini utilizzando le sculture di un feroce dragone. Come del resto la Lupa Capitolina sta per Roma e il Biscione per Milano. In un mondo dove l’analfabetismo era comunque endemico, la potenza di un’immagine non aveva eguali: più immediata e più democratica (non occorreva saper leggere).
Invece, dopo le grandi campagne europee di alfabetizzazione nell’Ottocento la rappresentazione simbolica perde la sua importanza. Solo in una Modernità matura, siamo nei primi decenni del Novecento, la cultura di massa ri-inizia lentamente ad avere a che fare con simboli capaci di veicolare in un solo sguardo identità complesse. Sono le riviste e la grafica pubblicitaria nei giornali che innescano il processo.
Si inizia dai loghi storici delle grandi aziende. Esempio tipico: il tripode iscritto in un cerchio di una nota casa automobilistica tedesca. Con la possibilità di includere, in questo ambito, anche tutti quei loghi industriali dove viene comunque scritto – o accennato – il nome dell’azienda (come nel caso della Fiat o della Coca-Cola): le lettere, praticamente cristallizzate nel logo, acquisiscono uno status quasi araldico che trascende il processo della scrittura/lettura.
In parallelo, la politica inizia a sfornare icone piene di “valori” per la gente del popolo. La simbologia “Falce e Martello” viene usata fin dal 1848 (!) dai rivoltosi francesi (in lotta contro Luigi Filippo I) per rivendicare l’identità del popolo lavoratore. A seguire, da partiti Comunisti e Unione Sovietica. I fascisti ci provano con il Fascio Littorio (di derivazione etrusca, sembra) e i nazisti con l’infausta Svastica (molto probabilmente di origine asiatica). Perfino i fascisti ungheresi, per non essere da meno, s’inventano qualcosa: la “Croce Frecciata”. Le stelle sono, invece, per tutti: Stati Uniti e Cina Comunista ne hanno fatto (e ne fanno) ampio uso.
Ma è la svolta causata dalla recente Civiltà Digitale che ha sminuito drasticamente il potere della lettura e ha potenziato quello delle icone (paradosso: in una situazione di globale alfabetizzazione). Prima attraverso l’operatività del personal computer e poi, in particolare, grazie all’uso massiccio di telefonini e smartphone. Strumenti di facile ed economico accesso che hanno infatti reso possibile utilizzare una infinita serie di immagini preconfezionate capaci di esprimere non solo concetti complessi, ma perfino le loro sfumature.
A partire dalla Generazione Y (i nati, cioè, tra 1980 e 1994) si è evidenziato in effetti un progressivo allontanamento dalla scrittura, bilanciata da un uso intensivo degli intuitivi e accattivanti emoticons. Una pratica che, tra l’altro, ha il non trascurabile vantaggio di poter facilmente superare le barriere linguistiche. Un travolgente ecumenismo visuale che rende arcaico e desueto perfino l’uso del Globish (Global English), la lingua del Web.
Di fatto, però, si sta procedendo speditamente verso una comunicazione visiva High Tech che richiama certi aspetti pre-alfabeto dell’Era Neolitica: i simboli delle chat (spesso oggi anche autoprodotti) consentono un’informazione facile ed intuitiva, ma nel contempo abbastanza selettiva (ieratica, se non addirittura criptica). In pratica un linguaggio capace – a differenza della scrittura – di escludere neofiti e intrusi. Innocenti e universali simbolini possono essere re-interpretati grazie a codici specifici con significati noti solo a chi è “nel giro”. Lingue segrete (o quasi): un po’ quello che succedeva con gli alchimisti e i cultori di esoterismo.
Negli ultimi tempi è l’attivismo politico il grande fruitore di questo tipo di linguaggio. Ad esempio, la clessidra-in-un-cerchio è diventata l’emblema condiviso dei movimenti ecologisti più estremi (Extinction Rebellion e altri). Negli ultimi mesi l’uso di varie emoticon raffiguranti un’anguria è diventato virale. Sta a significare un esplicito appoggio alla causa palestinese (colori e forma richiamano la bandiera dell’Autorità Palestinese), senza però che delle parole accompagnino questa dichiarazione di supporto: un modo per dribblare eventuali censure.
Sempre sullo stesso tema, in queste settimane ha iniziato ad apparire un triangolo rosso con la base in alto (era stato anche il segno dei deportati politici nei lager nazisti). Un’epifania attualmente piuttosto gettonata su social e graffiti: significa, nel linguaggio di Hamas e affini, “colpire Israele”. Infine, da segnalare la riconoscibilissima silhouette del Kalashnikov (il fucile d’assalto sovietico AK-47) che ha sviluppato una sua propria ambivalenza: può significare speranza e riscossa (è finita anche in parecchie bandiere, compresa quella di Hezbollah e delle Farc colombiane), oppure paura e terrorismo. Dipende solo dalla prospettiva di chi guarda.
Da parte sua, la galassia – più o meno clandestina – dei gruppi di estrema destra ha sviluppato un complicatissimo dizionario visivo a uso dei social. In Europa furoreggiano le Croci Celtiche e le Lamda Identitarie. Negli Stati Uniti il vocabolario è piuttosto affollato e complesso: il tradizionale segno di “OK” fatto con le mani, su certi circuiti on line, viene ambiguamente tradotto come “WhitePower”.
Un personaggio della serie a fumetti Boys Club, Pepe the Frog, viene spesso malignamente ri-utilizzato come meme per propaganda razzista (a dispetto del suo creatore Matt Furie).
Il Triskele (che ricorda da vicino lo storico simbolo triangolare della Sicilia) chiama a raccolta i suprematisti bianchi e anche il Valknot (di derivazione scandinava) è un simbolo artatamente “mascherato” di odio razziale. Spesso queste forme di messaggi cifrati diventano anche tatuaggi. Le derive complottiste e/o “negazioniste” non si fanno certo mancare la loro simbologia, a volte anche ispirandosi a popolari videogame come Assassin’s Creed: l’icona triangolare di Abstergo è ormai un classico.
L’iconocrazia digitale è, insomma, una realtà. Viviamo tutti all’interno di un dominante “paesaggio di informazione iconica”. La maggior parte di noi (sicuramente i meno giovani) fatica in molti casi semplicemente a rendersi conto della sua esistenza. E, al momento, è arduo stabilire se sia un nuovo progressivo “vocabolario visivo universale” per il XXI secolo o il ritorno di una caotica (e oscura) Babele.

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