
di François Bougon (Mediapart / internazionale.it, 13 febbraio 2025)
«Siete già esausti?». Cominciava con questa domanda la rubrica della giornalista del New Yorker Susan B. Glasser una settimana dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio. Da allora la frenesia delle informazioni e degli annunci, uno più scandaloso dell’altro, è andata avanti senza sosta. I mezzi di comunicazione, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, sono di nuovo alle prese con la politica sconcertante del leader del movimento Make America Great Again (Maga).
Trump lo ripete senza sosta dal suo primo mandato: i mezzi d’informazione – o quelli che non lo sostengono – sono il «nemico del popolo», colpevoli di diffondere notizie false, cioè di non allinearsi alla realtà alternativa che lui cerca d’imporre.
Come è già successo durante il suo primo mandato, ha sottolineato Glasser, Trump «si diverte a farci annegare nell’indignazione. È una strategia che consiste nell’alzare al massimo il volume, creando un’infinità di scandali simultanei per sovraccaricare e mandare in tilt il sistema. Non possiamo concentrarci né difenderci, perché le distrazioni sono troppe. Chi ha il tempo di sottolineare che il presidente aveva promesso di mettere fine alla guerra in Ucraina e di ridurre l’inflazione già il primo giorno della sua presidenza? Eppure i droni continuano a sparare su Kiev e il prezzo delle uova è ancora altissimo».
Ricevendo il premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, il 4 febbraio Trump ha fatto scoppiare l’ennesimo caso dichiarando di voler prendere possesso della Striscia di Gaza per trasformarla nella «Costa Azzurra del Medio Oriente». Nel frattempo, però, abbiamo dimenticato tutte le vittime dell’imminente chiusura dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Usaid). E così il “golpe” pensato da Trump ed Elon Musk prosegue indisturbato. Per paralizzare i giornalisti la cosa migliore è inondarli di annunci, come aveva già teorizzato nel 2019 l’ex consigliere di Trump Steve Bannon.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, la più giovane di sempre (ha 27 anni), è una fanatica del movimento Maga, pronta a tutto per difendere il suo leader. Le sue prime conferenze stampa hanno subito segnato il nuovo tono. Leavitt ha attaccato i mezzi d’informazione tradizionali, perché «hanno diffuso bugie sul presidente e sulla sua famiglia. Vi chiameremo quando riterremo che le vostre informazioni sono false o che fate disinformazione sulla Casa Bianca», ha detto dopo aver annunciato che ai suoi incontri con la stampa saranno presenti anche i «nuovi media, i giornalisti indipendenti, gli autori di podcast, gli influencer dei social network e i creatori di contenuti».
Nella conferenza stampa successiva, Leavitt ha permesso a John Ashbrook, conduttore di Ruthless Podcast (un podcast favorevole a Trump) di fare la prima domanda. Ashbrook ne ha approfittato per chiederle se secondo lei i mezzi di informazione tradizionali sono «scollegati dalla vita degli statunitensi che chiedono misure forti per risolvere la crisi alla frontiera». La risposta di Leavitt è stata perentoria: «Sono assolutamente scollegati». Il 3 febbraio, su Fox News, la portavoce ha spiegato senza battere ciglio che «oggi ci sono tante buone notizie e tante vittorie della Casa Bianca che i mezzi di informazione tradizionali non riescono a seguirle tutte».
Al Pentagono testate come il New York Times, Nbc News e la National Public Radio (Npr) saranno sostituite a metà febbraio da giornali e siti favorevoli a Trump, tra cui One America News Network, Breitbart News e il New York Post. Per dare l’impressione di cercare equilibrio e di non voler fare ritorsioni politiche, il moribondo sito HuffPost prenderà il posto di Politico. Kevin Baron, giornalista specializzato in questioni militari, ha denunciato su X «la cancellazione del giornalismo al Pentagono. La presa di potere fascista di Trump e del Maga sul modo in cui i giornali raccontano il regime va avanti».
A differenza del primo mandato, quando la maggior parte dei mezzi d’informazione aveva mantenuto un atteggiamento combattivo di fronte a un presidente ancora inesperto, oggi Trump approfitta della debolezza dei giornali e della volontà dei loro vertici di trovare un’intesa con lui. Il caso più emblematico è quello del Washington Post: il proprietario, Jeff Bezos, era in prima fila alla cerimonia d’insediamento. Prima delle elezioni di novembre, Bezos aveva fatto scalpore vietando la pubblicazione di un articolo che invitava i lettori a votare per Kamala Harris, la candidata democratica. Donald Trump sta cercando d’indebolire il giornalismo indipendente anche usando i tribunali. Ma invece di difendersi (considerando che avrebbero grandi possibilità di successo davanti a denunce definite ridicole dalla maggior parte degli esperti), alcuni mezzi d’informazione scelgono di patteggiare.
A dicembre, Abc News ha annunciato di voler versare 15 milioni di dollari a «una fondazione e a un museo» dedicati al miliardario repubblicano. In questo modo l’emittente vorrebbe mettere fine alle denunce a raffica presentate da Trump contro il presentatore George Stephanopoulos. Il canale e il giornalista si sono anche scusati pubblicamente. In passato Stephanopoulos aveva detto in una trasmissione che Trump era stato giudicato «colpevole di stupro» in un processo legato al caso della scrittrice e giornalista Elizabeth Jean Carroll, mentre in realtà si trattava di un’aggressione sessuale.
Negli ultimi giorni un’altra tv, la Cbs, ha suscitato sgomento comunicando di essere in trattative con il presidente, che l’ha attaccata con l’accusa assurda di aver falsificato un’intervista con la sua avversaria Kamala Harris. Secondo i giornali statunitensi la Paramount Global, l’azienda che controlla la Cbs, potrebbe essere costretta a pagare fino a 10 milioni di dollari. «Il processo intentato da Trump è ridicolo, ma se accettassimo un accordo diventeremmo lo zimbello di tutti» ha dichiarato un giornalista della Cbs, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, intervistato dalla Cnn.
Donald Trump non colpisce solo il portafoglio. Il presidente può usare la legge sullo spionaggio del 1917 per intervenire nel caso di fuga di notizie sulla sicurezza nazionale, come ha fatto durante il primo mandato confermando una tendenza che c’era già nelle amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama. La Freedom of the Press Foundation, un’organizzazione non profit per la libertà d’espressione, sottolinea che la nuova amministrazione dispone di «grandi poteri in virtù dell’articolo 702 della legge sulla sorveglianza dei servizi stranieri, spesso presentata come una legge che riguarda solo i terroristi e i narcotrafficanti stranieri, quando in realtà è stata usata anche per spiare i cittadini statunitensi, compresi alcuni giornalisti, senza alcun mandato».
La vicinanza dei vertici dei mezzi d’informazione a Trump ha un impatto sulla linea editoriale? La debolezza dei mezzi d’informazione tradizionali sotto i colpi del movimento Maga provoca una forma di colpevole moderazione? Oggi lo pensano in molti. In un articolo del 1° febbraio, il giornalista Garrett M. Graff ha immaginato cosa si scriverebbe se quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti avvenisse in un Paese straniero. Il titolo? «La giunta di Musk s’impossessa di importanti edifici del governo».
L’inizio dell’articolo suonerebbe così: «Quella che giovedì era cominciata come una purga politica dei servizi di sicurezza interni si è trasformata venerdì in un vero e proprio colpo di Stato, dopo che alcuni tecnici di élite al servizio dell’oligarca Elon Musk si sono impossessati dei sistemi informatici del Tesoro, bloccando l’accesso ai dati del personale federale e mettendo off line le reti di comunicazione del governo». Potete immaginare il seguito. Attraverso quella che potrebbe sembrare una parodia, Graff vuole sottolineare la mancanza di lucidità dei mezzi d’informazione tradizionali statunitensi.