Checco Zalone e Papa Francesco, sull’Africa la pensano allo stesso modo

di Francesco Antonio Grana (ilfattoquotidiano.it, 5 gennaio 2016)

Posto fisso santo subito! Potrebbe sintetizzarsi così il nuovo film di Checco Zalone, nome d’arte di Luca Pasquale Medici, Quo vado? che sta letteralmente sbancando i botteghini. Nella quarta pellicola del comico pugliese la dimensione religiosa non è presente come lo era stata nel suo secondo film, Cado dalle nubi, con Tullio Solenghi nei panni del cardinale di Milano e perfino un Benedetto XVI ripreso di spalle inneggiante alle cozze crude tarantine.CheccoZaloneEppure anche in Quo vado?, che già nel titolo riprende il celebre romanzo dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, Quo vadis?, amatissimo da Karol Wojtyla, la dimensione religiosa è molto forte. Dalla figura del prete che a scuola chiede al piccolo Checco e ai suoi compagni cosa vogliono fare da grande, fino ai missionari in Africa che aiutano tanti bambini, donne e uomini privi di vaccini e affetti da Aids, malaria, tubercolosi e altre malattie. Zalone non poteva saperlo, ma il messaggio che vuole lasciare agli spettatori il suo ultimo film è esattamente lo stesso che Papa Francesco ha voluto affidare al mondo intero nel suo primo viaggio in Africa. Proprio come il protagonista di Quo vado?, Bergoglio nella Repubblica Centrafricana, fuori programma, ha visitato a sorpresa l’unico ospedale pediatrico di Bangui portando in dono scatoloni di medicinali confezionati dal nosocomio infantile Bambino Gesù di Roma, di proprietà della Santa Sede. “In terapia intensiva – ha raccontato Francesco ai giornalisti sul volo papale – non hanno l’ossigeno. In quell’ospedale c’erano tanti bambini malnutriti. La dottoressa mi ha detto che la maggioranza morirà perché hanno la malaria forte e sono malnutriti”. “Non voglio fare un’omelia – ha aggiunto Bergoglio –, ma il Signore rimproverava sempre al popolo di Israele l’idolatra. E l’idolatria è quando un uomo o una donna perdono la carta di identità di essere figli di Dio e preferiscono cercarsi un dio a loro misura. Questo è il principio e se l’umanità non cambia continueranno le miserie, le tragedie, le guerre, i bambini che muoiono di fame, l’ingiustizia. Cosa pensa questa percentuale che ha in mano l’80 per cento della ricchezza del mondo? E questo non è comunismo, questo è verità, e la verità non è facile vederla”. Nella sede africana dell’Onu, a Nairobi in Kenya, il Papa ha rivolto proprio un appello in questa direzione: “L’eliminazione della malaria e della tubercolosi, la cura delle cosiddette malattie ‘orfane’ e i settori trascurati della medicina tropicale richiedono un’attenzione politica prioritaria, al di sopra di qualsiasi altro interesse commerciale o politico“. Per Francesco, infatti, “l’interdipendenza e l’integrazione delle economie non devono comportare il minimo danno ai sistemi sanitari e di protezione sociale esistenti; al contrario, devono favorire la loro creazione e il funzionamento”. Bergoglio ha denunciato che “sono molti i volti, le storie, le conseguenze evidenti in migliaia di persone che la cultura del degrado e dello scarto ha portato a sacrificare agli idoli del profitto e del consumo. Dobbiamo stare attenti a un triste segno della globalizzazione dell’indifferenza, che ci fa lentamente ‘abituare’ alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale, o peggio ancora, a rassegnarci alle forme estreme e scandalose di ‘scarto’ e di esclusione sociale, come sono le nuove forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Sono molte vite, molte storie, molti sogni che naufragano nel nostro presente. Non possiamo rimanere indifferenti – ha scandito Francesco – davanti a questo. Non ne abbiamo il diritto”. Sembrerà paradossale, ma è lo stesso messaggio di Quo vado? e c’è da sperare che, al di là del grande e meritato successo di pubblico e di incassi, l’invito a non lasciarsi “anestetizzare dalla globalizzazione dell’indifferenza” arrivi al cuore degli spettatori.

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